di Andrea Guerrini (Psicoterapeuta bioenergetico) ed Elisabetta Fanti (Psicoterapeuta rogersiana) – Studio F.G., Empoli
La dipendenza affettiva è un tema che attraversa in profondità le storie di vita delle persone che incontriamo in studio. Non si tratta soltanto di un attaccamento eccessivo a un partner o a una figura significativa, ma di una modalità che coinvolge il modo di percepirsi, di muoversi nella vita e persino di concepire il proprio valore. Chi vive questa condizione sperimenta spesso una difficoltà a realizzarsi negli studi o nel lavoro, perché la conferma di sé viene cercata all’esterno, nello sguardo e nel giudizio degli altri, più che nella propria esperienza interna.
Dal punto di vista bioenergetico, la dipendenza affettiva si radica in un corpo che racconta la sua storia attraverso tensioni croniche. Spalle curve, petto chiuso, respiro trattenuto: sono espressioni di una struttura caratteriale che teme l’abbandono e non si sente legittimata a stare in piedi da sola. La persona cerca appoggio continuo, perché in fondo non ha imparato a sentire la propria forza come sufficiente. A livello psicologico questo si traduce in pensieri ricorrenti del tipo “valgo se piaccio” o “esisto solo se l’altro mi guarda”. È un’impronta che, inevitabilmente, rende faticoso scegliere percorsi di studio coerenti con i propri desideri, mantenere la concentrazione, sostenere gli inevitabili fallimenti o imprevisti del lavoro.

La teoria dell’attaccamento ci offre una lente preziosa per comprendere questi meccanismi. Un attaccamento insicuro, vissuto nei primi anni di vita, può trasformarsi in un modello relazionale che accompagna la persona nelle sfide quotidiane. Alcuni si muovono con una costante iperattivazione emotiva, cercando vicinanza e rassicurazioni continue, e vivono con ansia ogni segnale di distanza. Altri reagiscono con strategie di evitamento: si distaccano, rinunciano, smorzano i propri desideri per non correre il rischio di sentirsi rifiutati. In entrambi i casi, la vita scolastica e lavorativa diventa terreno di fragilità: si fatica a concentrarsi, ci si arrende facilmente, si vive ogni critica come una conferma della propria indegnità.
Non sorprende che, in questo quadro, ansia e depressione si intreccino come compagne costanti. L’ansia nasce dall’anticipazione del fallimento o dell’abbandono, e si manifesta come paura di non essere all’altezza, timore di non riuscire a portare avanti un compito o di non ricevere l’approvazione necessaria. Quando l’altro non risponde, o quando la realtà lavorativa non conferma le aspettative, l’ansia cede il passo a un vissuto depressivo: un senso di vuoto, di impotenza, di mancanza di valore. Le ideazioni prevalenti, in queste situazioni, diventano gabbie interiori: “senza di te non valgo nulla”, “se fallisco non merito amore”, “non ce la farò mai”.
Nel lavoro terapeutico, ci troviamo spesso a sostenere le persone nel ritrovare un equilibrio tra corpo, mente e relazione. L’approccio bioenergetico aiuta a sciogliere le corazze, a ridare vitalità al respiro, a scoprire che il corpo può sostenere da sé e non ha sempre bisogno di appoggiarsi. L’approccio rogersiano, invece, porta nella relazione terapeutica uno spazio sicuro in cui essere accolti senza condizioni, sentendosi finalmente ascoltati e compresi. È in questa combinazione che la dipendenza affettiva può lentamente trasformarsi: da catena che imprigiona a possibilità di riscoprire un’autonomia relazionale, dove l’altro non è più unico garante di valore ma compagno di un cammino.
Anche gli esercizi, corporei e immaginativi, diventano strumenti preziosi. Una pratica semplice ma potente è quella del radicamento: stare in piedi con i piedi ben piantati a terra, piegando leggermente le ginocchia e respirando profondamente, immaginando che l’aria scenda fino alle gambe. Questo movimento favorisce la sensazione di stabilità interiore e restituisce al corpo la consapevolezza di poter sostenere se stesso. Un altro esercizio utile è aprire il respiro nel petto: intrecciare le mani dietro la nuca, inspirare portando il torace in avanti ed espirare lasciando uscire un suono naturale, quasi un sospiro che libera. Si tratta di gesti semplici, ma capaci di cambiare la percezione di sé.
Sul piano non corporeo, consigliamo spesso la scrittura di un piccolo diario dell’autenticità. Ogni sera, dedicare qualche minuto a ricordare i momenti della giornata in cui ci si è sentiti autentici, vicini al proprio sentire, anche se si tratta di episodi minimi: aver detto un “no” quando serviva, essersi presi una pausa, aver chiesto un aiuto. Questi piccoli frammenti, messi insieme giorno dopo giorno, diventano la base di un senso di sé più stabile. Accanto a questo, l’immaginazione guidata può essere un alleato: chiudere gli occhi e visualizzare se stessi che camminano in un luogo sicuro, da soli ma con calma e forza, respirando con libertà. Questo scenario interiore aiuta a consolidare la fiducia nell’autonomia.
La dipendenza affettiva, quando la si guarda in profondità, non è soltanto un “difetto” da correggere, ma una ferita che chiede ascolto. È l’impronta di un bisogno d’amore che non ha trovato radici sicure, e che può essere trasformata in occasione di crescita. Attraverso il corpo che si libera e una relazione terapeutica che accoglie senza condizioni, è possibile riscrivere la propria storia, ritrovando il coraggio di esistere e di realizzarsi senza dover dipendere sempre dallo sguardo dell’altro.
Studio di psicoterapia FG, Empoli, via Pianezzoli 4.
Specialisti in Dipendenze Affettive
Dott.Andrea Guerrini 3477709274
Dott.ssa Elisabetta Fanti 339 534 7455
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